1950 – 2000. ARTE CONTEMPORANEA GENOVESE E LIGURE
DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO DI VILLA CROCE
Quindici anni d’attività, più di cento mostre, un
patrimonio di tremila opere raccolte in prevalenza tramite donazioni. Di
queste, un migliaio costituiscono uno dei più importanti fondi d’arte
contemporanea genovese (con limitate proiezioni sull’area ligure) oggi
esistente. Dato un simile presupposto, risulta del tutto naturale che, concluso
il Novecento, il Museo si dedichi a definire un quadro complessivo delle
acquisizioni e delle ricerche svolte in quest’ambito, divenuto negli ultimi
anni – anche per effetto della concentrazione delle mostre temporanee di
maggiore impegno a Palazzo Ducale - il nucleo centrale della sua missione. Lo
fa, come d’uso, con una mostra che riunisce lavori di matrice pittorica di
trentanove artisti attivi in Liguria (cui dovrebbe far seguito, in tempi ancora
non definiti, una analoga iniziativa incentrata sulle collezioni di scultura),
e con un catalogo, edito da Silvana, che riporta le schede delle opere di ogni
singolo autore presente in rassegna, conservate nei depositi.
Al di là delle motivazioni, per così dire interne,
che hanno spinto i responsabili della struttura museale a promuoverne
l’allestimento, l’esposizione ha di fronte, come misura del proprio successo,
un obiettivo decisamente arduo: la revisione dei giudizi di valore che hanno
posto in sottordine la vicenda ligure dell’arte dell’ultimo cinquantennio,
ignorata come tale nelle principali pubblicazioni storiche come “La pittura in
Italia”, edita da Electa, che pure riserva ampi spazi ad altri contesti
regionali.
Dispiace perciò – sebbene sia scontato l’impegno a
colmare i vuoti - che la mostra si presenti come un mosaico non terminato. La
generosità di molti artisti o dei loro eredi e la disponibilità dimostrata da
alcuni galleristi non impediscono di notare come le tessere mancanti siano
ancora molte. Clamorosa quella di Scanavino, provvisoriamente rimpiazzata con
il prestito di un’opera proveniente dalla collezione di Gian Piero Reverberi,
ma significative anche diverse altre, in particolare sulle aree geografiche
spezzina e savonese, od in tema di informale naturalistico e di poesia visiva.
E, ancora, numerosi paiono i vuoti nelle file delle generazioni ultime, al cui
proposito torna alla memoria la proposta, non accolta, avanzata negli anni ‘80
da alcuni giovani autori, sollecitati da Giancarlo Gelsomino, di una donazione
di loro opere al museo e, più ancora, l’entità, al limite dell’inconsistenza,
del budget annuale per gli acquisti.
La mostra comunque è tale da smentire l’idea
corrente, secondo cui l’arte prodotta in Liguria nella seconda metà del secolo
appena concluso rivestirebbe tratti di provincialismo. Delle figure di
riferimento in tendenze internazionali come Scanavino per lo Spazialismo,
Fieschi per la Nuova Figurazione, Martino Oberto per la Scrittura Visuale e
Claudio Costa per l’Arte antropologica non è necessario dire. Ma lo stesso vale
per il contributo di Mesciulam nell’ambito del Movimento Arte Concreta,
testimoniato da composizioni del 53/54, ancor oggi attualissime, che avrebbero
potuto insegnare qualcosa ai gruppi milanesi e torinesi, o magari ai coevi
concretisti svizzeri; per il virtuosismo e gli apporti tecnici esibiti da
Caminati negli iperrealistici
“volti-nazione”, o ancora per i “guard rail” realizzati da Borella nei primi
anni ’70, con un occhio puntato sull’arte optical e l’altro sulla segnaletica
pop.
Negli spazi del Museo, dalla mansarda ai fondi, la
mostra si articola in comparti scanditi cronologicamente, nei quali le opere
ispirate a correnti diverse sono accostate in base a criteri di compatibilità o
giustapposizione formale. Così nello spazio dedicato agli anni ’50 convivono il
geometrismo dinamico di Mesciulam, l’informale di Allosia, la “tabula rasa”
anaestetica e la ricerca di espressività primaria del segno di Martino Oberto.
Alle soglie del successivo decennio s’incontrano la rielaborazione del
paesaggio di Chianese e gli approdi informali di Fasce e di Raimondo Sirotti
(quest’ultimo presente con il tenue e bellissimo “Rosa gremito di luce” del
1961). Gli artisti di Tempo 3 (Bargoni, Carreri, Esposto, Guarneri, Stirone)
rendono la misura di un astrattismo in cui razionalità e lirismo trovano esiti
esattamente equilibrati, mentre Corrado D’Ottavi è solo a documentare la
declinazione poetico-visiva incentrata sul ribaltamente critico delle tecniche
proprie dei mezzi di comunicazione di massa. Gli anni ’70 vedono allineate,
oltre alle ricerche antropologiche di Costa, la variante poveristica di Beppe
Dellepiane (con gli esiti alti della “Madonna della seggiola”, una cassa in
legno antropomorfizzata, e del “Biciclo” di rami) e i “percorsi umani”
ricostruiti con foto e diagrammi da Luisella Carretta. L’essenziale “Giganto-grafia”
ritmicamente tracciata in sequenze di punti neri su un rotolo di carta bianca
da Cesi Amoretti è sospesa accanto al segno precario, isolato e scandito
fotograficamente da Plinio Mesciulam, che pone in luce la sua vitalità creativa
anche nelle sezioni successive, mentre l’acrilico bianco su bianco di
Gianfranco Zappettini e la “Cronologia” (riquadri neri di tele sospese alla
parete) di Walter Di Giusto si
giustappongono alle coloratissime prove iperrealiste di Caminati. Appena
una traccia della ricca fioritura degli anni ’80 nella tavola di Giuliano
Menegon dedicata a “La casa dei doganieri” di Montale e nella sequenza di
griglie animate da piccoli nodi rossi e neri di Enzo Carioti, cui fanno
contrappunto il vitale iperdecorativismo di Antonio Porcelli e la intrigante
installazione Angelo Pretolani intitolata “Vive le cannibalisme”, una fascina
avvolta nella bandiera italiana sotto la scritta “sopravvivo al rogo, ebro
d’immortalità”.
S’incrociano nella sezione riservata all’ultimo
decennio i lunghi, cupi totem di Lamberto Pellegrini, le sapienti ambivalenze
fra immagine e informe di Roberto Merani e di Pietro Geranzani, gli interventi
fotografici di Lucrezia Salerno. Chiudono la rassegna le silenziose pagine del
“Libro”, istoriato in vetro su metallo da Piergiorgio Colombara, e la
installazione di Loredana Galante che fonde un suono monocorde al fremito di
piume multicolori racchiuse in teche attraversate da flussi d’aria compressa.
s.r. (gennaio 2001)