Hozro: materiali sugli artisti liguri





MODULAZIONI E ALCHIMIE DI LE PARC

Di rado per un artista arrivato al top del successo (sotto il duplice aspetto della qualità del lavoro e del pubblico apprezzamento) l'eclisse che usualmente segue il periodo di maggior fortuna si rivela fatale. Il mercato gli fà credito se non altro del "nome", la critica lo rivisita in chiave storica, il museo ne perpetua la presenza.

Nondimeno, le svolte improvvise che si riscontrano nella vicenda contemporanea dell'arte provocano, sovvertendo i criteri di valore, l'uscita di scena di non pochi protagonisti, ridotti in un breve volger di tempo al rango di comprimari o, nei casi più fortunati, di maestri la cui opera viene considerata "fuori concorso".

Questa si può dire sia stata anche la ventura di Julio Le Parc, artista argentino (Mendoza 1928) trasferitosi trentenne a Parigi, la cui fama rimane essenzialmente legata alla stagione dell'arte optical ed al gran premio internazionale per la pittura conferitogli alla Biennale di Venezia del 1966.

Fondatore nel 1960 - con Garcia Rossi, Morellet, Sobrino, Joel Stein, Yvaral - del Groupe de recherche d'art visuel (GRAV), Le Parc ha rappresentato in quel decennio una delle punte avanzate del filone d'indagine che partendo dall'elaborazione vasareliana delle problematiche del costruttivismo e dell'astrattismo geometrico si accostava, attraverso la scansione sequenziale del quadro alla dimensione del movimento, fornendone dapprima una rappresentazione illusoria ma passando ben presto al suo dispiegamento reale.

Nell'ambito del GRAV - uno dei raggruppamenti più significativi dell'epoca, che muoveva da una concezione dell'opera d'arte come realtà essenzialmente visuale, rigettando conseguentemente ogni individualismo artistico - Le Parc ha coerentemente sviluppato il proprio lavoro passando da ricerche su "sequenze progressive", articolate sulla variazione ripetuta e, appunto, progressiva d'un parametro di forma o di colore che danno luogo a fenomeni di instabilità visuale (1959), ai "continui mobili" (1960- 61), in cui indagava gli effetti di luce radente su strutture sospese composte di elementi liberi, a prove attuate con luce proiettata in movimento (1964) e lavori con forme in contorsione (1966).

Inoltre, l'attenzione prestata al fatto percettivo lo spingeva a rilevare l'importanza della fruizione dell'opera da parte del pubblico ed a teorizzare un'ipotesi d'arte interattiva che, con il gruppo, avrebbe poi tentato di realizzare attraverso strutture espositive complesse (quali il labirinto realizzato alla Biennale di Parigi del 1963 o la "sala giochi" installata nella successiva edizione) ed eventi socializzanti come la "journée dans la rue" del 1966.

In questa prospettiva "ludica" s'inquadra una pluralità di lavori ove la fertilità inventiva si misura con situazioni ed oggetti quotidiani: dagli "occhiali a lamelle per una visione altra" (1965) al "suolo instabile" (1966), dagli "specchi" che sezionano e moltiplicano l'immagine (1966) all'"antivettura" (1967).

Con il '68, che pure - con la rivendicazione di una creatività diffusa, dell'"immaginazione al potere" - pareva dar corpo a quell'apertura del circuito artistico, a quel nuovo clima di comunicazione e interazione con il pubblico che il GRAV aveva invocato sin dal 1963 con il tract "Basta con le mistificazioni" diffuso alla terza Biennale di Parigi, esplodono in seno al gruppo le contraddizioni fra l'esigenza di ricerca collettiva e la volontà di affermazione personale, tra la contestazione d'un'arte compromessa con il sistema ed i sempre più remunerativi esiti commerciali: nel novembre di quell'anno sopravviene così lo scioglimento.

E, quasi contemporaneamente, sulla scena artistica i riflettori si spostano dalle correnti cinetiche a quelle pratiche di "guerriglia" estetica (ben presto ricondotte al museo) propugnate da Germano Celant con l'"Arte Povera", creando una brusca frattura con la fase antecedente.

Negli anni '70 Le Parc, abbandonando la progettualità utopica che aveva caratterizzato il suo lavoro nel periodo precedente, produce opere di grande eleganza formale in cui riprende (quasi con un ritorno alle origini) la lezione di Vasarely intorno alla "illusività ottico-spaziale della luce e del movimento" resa mediante "trasmissioni ... ondulatorie di energie, di flussi nel campo della visione" (Marcolli).

Si tratta delle "modulazioni" (una serie che consta ormai d'oltre un migliaio di tele, iniziata nel 1974) ove - come nota Carlo Franza - "la nuova plastica di Le Parc, il suo linguaggio con la linea retta e la linea curva che offrono spazi modulari, il contrasto fra colori primari e le variazioni ottenute con le diverse modulazioni timbriche delle singole stesure cromatiche" istituiscono una "infinita varietà", una "fisiologia della visione che "cresce" in divenire, attaccando e originando, distinguendo e strutturando".

Un'ampia selezione di questi lavori é esposta da giovedì scorso presso la galleria di Rinaldo Rotta unitamente ad alcuni dipinti del ciclo delle "alchimie" cui l'artista argentino attende dal 1988, trasponendo visivamente (attraverso la rappresentazione di apparati immaginari, di particelle geometriche, di scie di colore) i temi della trasformazione e della combinazione degli elementi, con soluzioni pittoriche fascinose e vivaci benché impoverite da schemi ideativi forse eccessivamente semplificati.





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