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THE FLUXUS
CONSTELLATION Sandra
Solimano La Fluxus Constellation è
temporaneamente alloggiata nelle sale dei Museo d'Arte Contemporanea di Villa
Croce in una mostra che guarda alla storia, documentando il passato prossimo,
ma inesorabilmente lontano degli inizi dei movimento nei primi anni Sessanta,
senza rinunciare agli esiti più recenti della creatività libera ed eterogenea
dei suoi protagonisti. Il quarantesimo anniversario dei
Festival di Wiesbaden dei 1962, considerato data ufficiale di nascita dei Movimento,
è certo occasione importante, ma non suffìciente a giustificare il perchè di
questa mostra genovese dopo le molte già realizzate a Genova e fuori Genova e
in sicura concomitanza con altre, di cui quella di Bologna, la più vicina, è in
programmazione per l'aprile di quest'anno. D'altra parte la monumentale
bibliografia Fluxus e gli scritti programmatici di molti dei suoi protagonisti
rendono assai improbabile e velleitario l'intento, pur onestamente perseguito,
di fornire contributi critici autenticamente innovativi, anche se la quantità
esorbitante e caotica delle informazioni mi fa personalmente
"sognare" una bella sistemazione storico-critica old style,
forse invisa agli artisti, ma certo non inutile a studenti e studiosi e infine
agli artisti stessi, o quantomeno a molti di loro, per uscire dal culto di
nicchia di cui sono oggetto da parte di un collezionismo colto e appassionato.
Confesso che ciò rientrava nei miei intenti, ma, come è stato osservato da
Harald Szeemann (e dunque da una fonte ben più accreditata di me) il ruolo
dello studioso e dei critico mai si concilia con le incombenze di chi organizza
un grande evento sicchè non mi resta che accontentarmi di alcune osservazioni
maturate a margine dei work in progress della mostra nonché ovviamente degli
altri contributi in catalogo che tra interventi critici e testimonianze vanno a
costruire una parallela costellazione di “letture”. Ritornando al perché di questa
mostra genovese devo dire che l'idea di organizzarla è nata dei tutto
indipendentemente dal mitico anniversario di Wiesbaden, a partire invece dalla
storia culturale di questa città e dalla conoscenza diretta anche se parziale
delle sue collezioni private d'arte contemporanea. Genova infatti, che viene
solitamente percepita come una città tradizionalista e conservatrice, gelosa
custode delle glorie e dei fasti anche artistici dei passato, recentemente
celebrati dalle grandi mostre di Palazzo Ducale, è stata in realtà uno dei
centri Fluxus italiani nella stagione che si inaugura a Milano con il concerto
di John Cage dei gennaio dei '59 e prosegue per tutti gli anni Sessanta, e
oltre, a Milano, Torino, Firenze, Roma, Asolo. L’arrivo di Fluxus a Genova è
collegato all'attività della galleria La Bertesca di Francesco Masnata che
svolge sul finire degli anni Sessanta un importante lavoro di aggiornamento
sulla ricerca artistica internazionale e nazionale, dalla Pop Art (nel 1966)
alla nuovissima Arte Povera di cui realizza la prima mostra nell'ottobre dei
1967. I contatti di Masnata con l'ambiente
milanese (soprattutto Arturo Schwartz che si interessa a Fluxus per via di Dada
e Surrealismo), e in particolare la collaborazione con Daniela Palazzoli e
Gianni Emilio Simonetti (di cui la Bertesca cura una personale nel '67 e poi
ancora nel '69), oltre ai frequenti viaggi e soggiorni di lavoro in Germania,
sono il tramite di una conoscenza personale della situazione Fluxus nella sua
fase più vitale e quindi di un'attività espositiva che va dal concerto Fluxus
dei 1967 alla personale di Filliou alla Bertesca di Milano nel '72, alla mostra
dei '73 (che associa Fluxus doc a fiancheggiatori come Kaprow, Richter,
Parmiggiani) all'Happening Calvario di Vosteil realizzato a
Milano e documentato a Genova nelle edizioni Masnata. Nasce da questa
situazione il primo collezionismo Fluxus genovese (di cui fa parte Enrico
Pedrini, in parte in collegamento con la Bertesca in parte come appassionato
collezionista free lance) e contatti importanti per l'ambiente artistico
genovese di cui è esempio significativo il lavoro di Claudio Costa. Dal '74 in
poi Francesco Masnata, almeno a giudicare dalla programmazione della galleria,
sembra abbandonare Fluxus, forse sollecitato dal concettualismo pittorico della
Nuova Pittura che ripropone la dimensione quadro piuttosto che l'oggetto e
l'azione e per alcuni anni il movimento è assente dalla città, almeno a livello
di mostre ed eventi. Caterina Gualco si incarica di
raccogliere il testimone non certo nei termini di un tranquillo passaggio di
consegne, ma in un'ottica completamente diversa che tende da un lato a
evidenziare l'innovazione creativa dei singoli artisti (e a seguirne il
percorso nella contemporaneità, indipendentemente dalle date ufficiali di
nascita e di morte dei movimento) dall'altro a costruire una rete di contatti
(epistolari e personali attraverso viaggi e soggiorni suoi e degli artisti) che
ripropone oggi lo spirito Fluxus di mescolanza e identità tra arte e vita. La Gualco comincia ad occuparsi
professionalmente di Fluxus sul finire degli anni Settanta in sintonia con i
suoi interessi per le ricerche sul concettuale, sulla scrittura e sul
linguaggio dei corpo (Performance e Body Art) che costituiscono la maggior
parte della programmazione della Galleria Unimedia negli anni immediatamente
precedenti. Il tramite dei suoi primi incontri con gli artisti Fluxus è
inizialmente - come lei stessa racconta - Claudio Costa, diventato amico di Ben
Vautier, Filliou, Vostell ai tempi della sua frequentazione della galleria La
Bertesca. E’ Claudio Costa ad accompagnarla da Ben Vautier nel 1977 creando i
presupposti di un rapporto di collaborazione tuttora assai intenso. L'anno dopo
la Galleria Unimedia organizza un incontro con Robert e Marianne Filliou cui fa
seguito nell'82 la personale di Ben Vautier, organizzata in collaborazione con
il Centre Culturel Galliera e con un'altra galleria genovese, quella di Rinaldo
Rotta. Nel frattempo la Gualco entra in contatto con i più importanti
organizzatori di eventi Fluxus in Italia: Gino Di Maggio, Rosanna Chiessi,
Beppe Morra, Francesco Conz con il quale organizza la sua prima mostra Fluxus a
Genova, seguita a ruota dall'antologica Fluxus dell'88 realizzata insieme alla
galleria di Rosa Leonardi in collaborazione con l'Università di Genova, con il
Goethe Institut Genua e con il Centre Culturel Franco-Italien Galliera. Se Fluxus si presenta come uno dei filoni
portanti dell'attività della galleria di Caterina Gualco, Genova si conferma
città Fluxus anche nel lavoro meno sistematico di altre gallerie: l’antologica
Fluxus della Chisel nel 1987, le personali di Chiari nell'87 e nell'89
(rispettivamente alla galleria Rosa Leonardi e alla galleria Martini e
Ronchetti), le personali di Takako Saito nell'89 e nel '94 ancora da Rosa
Leonardi, senza trascurare la ripresa dei filone Fluxus alla galleria Masnata
nella seconda metà degli anni Novanta. Sembra dunque più che ragionevole che il
Museo d'Arte Contemporanea della città dia visibilità al genius loci di
questa sommersa Genova fluxista con un evento che raccolga e documenti le
diverse anime dei movimento e di quanti lo hanno seguito e amato, nella sua
storia e nel suo vitalissimo presente. Capire o peggio spiegare Fluxus è
impresa ardua: non a caso il movimento soffre di un'overdose di
definizioni e di autodefinizioni che appaiono paradossalmente contraddittorie
tra loro e con il suo "voler essere" programmaticamente sfuggente
come acqua che scorra tra le dita. Certo in tempi di globalizzazione come i
nostri viene da pensare a un OGM, scaturito dall'ibridazione di culture e di
mondi lontani e dalla felice mobilità dei suoi protagonisti, sempre in viaggio
nel mondo virtuale della comunicazione e in quello reale di una vera e propria
staffetta tra l'America e l'Europa con non poche incursioni nel resto dei
mondo, l'Oriente soprattutto. Si mescolano così in Fluxus la spiritualità
orientale e lo Zen, filtrati attraverso la lezione di John Cage sulla
de-strutturazione logica, prima ancora che ottica e acustica, della cultura
occidentale; la riscoperta dell'inconscio e dei casuale del Surrealismo e di
Dada (Duchamp, ma non solo Duchamp); il clima esistenzialista dell'avanguardia
artistica americana (si pensi all'amicizia tra Brecht e Pollock) in un contesto
come quello americano, già ampiamente "inquinato" dalla comunicazione
massmediologica e dalle logiche consumistiche dei mercato e al tempo stesso
caratterizzato da avanzate ricerche tecnologiche che si applicano anche in
direzione creativa (per esempio il corso di musica elettronica di Richard
Maxfield al New School of Social Research di New York cui prendono parte
Maciunas, La Monte Young, Brecht, Al Hansen, Higgins, MacLow, già allievi di
Cage al Black Mountain College). La mutazione Fluxus che si genera in questo
composito brodo di cultura, in contemporanea con l'evoluzione in direzione
oggettuale dei New Dada, si connota per il (momentaneo) abbandono dell'opera
d'arte come manufatto autosignificante a valenza estetica e per la compresenza
non gerarchizzata dell'oggetto "artistico" in un sistema di
comunicazione intermediale che innova radicalmente le sue stesse modalità di
fruizione. Basti pensare allo spettacolo messo in scena da Cage nell'estate dei
'52 (dove i monocromi bianchi di Rauschenberg sono utilizzati come schermo di
proiezione), vero e proprio incunabolo da cui hanno origine in parallelo e non
senza qualche sovrapposizione gli Happenings di Allan Kaprow e gli Events
di Brecht o i Graphis di Higgins che ne rappresentano una versione
insieme più minimalista e più concettualizzata nell'estrema semplificazione
delle azioni e dello story-board (rispetto alle compiesse e un po'
macchinose sceneggiature degli happening) e nella visualizzazione elementare di
concetti complessi come l’aleatorietà. Dagli Events e dalla loro
potenzialità di concentrare in una breve durata le categorie esistenziali dei
tempo e dello spazio derivano le opere più essenziali e tautologiche di Brecht. Paradossalmente una mostra storica
su Fluxus non potrebbe che essere la ricostruzione filologica di un'azione o la
documentazione fotografica di quell'azione o ancora una mostra di manifesti o
di scritti programmatici o una mostra di partiture o l'esecuzione delle
partiture, incomprensibile, allora come adesso, se non a un pubblico altamente
specializzato. Non diversamente da quanto potrebbe avvenire se si volesse
"esporre" l'ambiente vuoto di Klein o Mangiare l'arte di Piero
Manzoni! Dei resto la due giorni di "Eventi Fluxus" prevista subito
dopo l'inaugurazione della mostra avrà anche questa imprevedibile valenza
storica e "filologica" pur con inevitabili variazioni legate al
cambiamento delle persone, delle cose, dei luogo e del tempo oltre che di tutti
gli altri dati di contesto, proprio come avviene per l'esecuzione di uno
spartito musicale. La musica, d'altro canto, anche in virtù della formazione di
molti degli artisti Fluxus, assume da subito un ruolo centrale nelle
elaborazioni teoriche e nelle sperimentazioni linguistiche intermediali dei
movimento. Codice d'élite, assai meno usurato e "oltraggiato" di
quello delle arti visive dagli stravolgimenti delle avanguardie storiche di
inizio secolo, la musica è spazio privilegiato di ricerca ai livelli più
specialistici (su cui mi riuscirebbe impossibile ragionare con cognizione di
causa), ma anche spazio di manifestazioni più platealmente eversive (lo
strumento distrutto o manipolato o semplicemente non suonato o suonato in
maniera casuale dalle mani meccaniche dei motorini di Joe Jones), in grado
quindi di essere percepite in quanto tali anche al livello di un pubblico non
particolarmente sofisticato, ma fedele cultore delle ritualità dei
palcoscenico. Quanto alla presenza oggettuale,
comunque successiva e tutto sommato subalterna, almeno nella fase storica di
Fluxus, si possono riconoscere evidenti tributi all'assemblaggio surrealista e
all'objet trouvé di Duchamp (penso ancora ovviamente a Brecht, oltre che
ai Nouveaux Réalistes europei - Spoerri e Vautier - ma anche agli assemblaggi
di Paik della serie Fluxus invented India), e non meno evidenti
consonanze con il New Dada (i collages anni '60 di Al Hansen e di Knizak) e più
ancora con la Pop Art nelle opere a quattro mani di Bob Watts e Maciunas
(Underpants Implosíon Inc.). Ma tutto questo tende ad essere omologato nella
produzione collettiva e tendenzialmente anonima dei Fluxuskit
commissionati da Maciunas che traducono il museo in valigia di Duchamp nella
valigetta-campionario di un venditore porta a porta, raffreddando l'aura
surrealista dell'oggetto come epifania dell'inconscio così come la sua valenza
New Dada di disperata testimonianza della quotidianità, e riconducendo il tutto
alla dimensione di un irridente inventario di ordinaria banalità. L’artista Fluxus agisce in quella
che Ben Vautier definisce una situazione post-Duchamp e quindi non
decontestualizza l'oggetto comune per trasformarlo in opera d'arte, ma
paradossalmente conferisce ai propri lavori lo statuto di prodotto
moltiplicabile e inseribile nel circuito dei consumo con un atteggiamento che,
a ben riflettere, anticipa di parecchi anni l'attuale ambiguo rapporto tra
l'artista e il sistema dell'arte. C'è in questo plateale adeguamento dell'arte
agli standard della vita una componente eversiva, di sostanziale scardinamento
dei valori riconosciuti a partire da quello dell'arte stessa, e non solo di
quella accademica e ufficiale, che, associata all'impatto delle azioni
performative, ma anche allo stile di vita trasgressivo e anticonformista di
molti artisti, è più che sufficiente a determinare l'ostracismo delle
istituzioni pubbliche americane (che preferiranno a Fluxus la più ambigua
"critica dei consumismo" della Pop Art) e a catalizzare in Europa
l'interesse e l'attenzione dell'inteIfighenzia di sinistra, nel clima
politicamente surriscaldato degli anni Sessanta. Fluxus si diffonde in Europa,
ancor prima dell'arrivo di Maciunas in Germania nel novembre dei '61, grazie ai
contatti preesistenti (tra i collaboratori di An Anthology abitano in Europa
oltre a Paik, Bremer, Dieter Rot, Emmett: Williams) e a quelli che Maciunas
stesso prontamente ristabilisce con Paik, a sua volta in contatto con Cage e
con l'ambiente underground di Dússeldorf e di Colonia (lo studio di Mary
Bauermeister che presenta a partire dal '60 opere di Brecht e di La Monte
Young). Difficile dire se le liaisons che si creano in questi anni tra
Fluxus e artisti come Beuys, Spoerri, Ben Vautier, Vostell (e altri) dipendano
totalmente da affinità elettive (di vita e d'arte) di questi artisti con il
movimento o siano in parte frutto di una scelta strategica di Maciunas
finalizzata a un consolidamento di Fluxus nel contesto culturale e artistico
delle neo-avanguardie europee. Sta di fatto che se da un lato
Fluxus rappresenta un ponte tra l'arte di azione americana e le contemporanee
esperienze europee (dai Dé-collages di Vostell ai Gestes di Ben
Vautier ai Tableaux-piège di Spoerri che allargano il principio
duchampiano dell'oggetto trovato alla dimensione della "vita
trovata"), non è men vero che Fluxus in Europa si carica di contenuti
politici e ideologici assai più espliciti rispetto ai picchettaggi dei concerti
di Stockhausen promossi nel '64 dall'Ufficio per l'Azione contro la Cultura
Capitalista fondato da Maciunas e da Henry Flynt (cui del resto prende parte
anche Ben Vautier) e sviluppa d'altro canto, pur nell'ambito dell'azione, le
riflessioni concettuali dello stesso Flynt, ma soprattutto di Brecht e di
Higgins. Particolarmente significativa in
questo senso appare l'esperienza berlinese dove, come osserva René Block nel
suo Fluxus and Fluxism in Berlin" (Berlinart. 1961-1987. New York-Monaco,
1987), l'esperienza Fluxus inizia più tardi che in altre città tedesche, ma con
caratteristiche diverse in cui le performance individuali prevalgono sul
collaudato sistema dei festival inaugurato con i quattordici concerti di
Wiesbaden dei settembre 1962 e ampliato sistematicamente a Copenhagen,
Düsseldorf, Stoccolma, Oslo, Amsterdam, Nizza nel corso del 1963. Il primo evento Fluxus a Berlino,
la performance di Stanley Brouwn This Way Brouwn svoltasi nell'ottobre
'64, sviluppa le riflessioni di Higgins sulla casualità e l’aleatorietà dei
percorsi grafici e sonori nella dimensione dei percorsi urbani dei passanti,
scelti a caso e interrogati da Brouwn su come raggiungere un certo posto, e
sulla trascrizione in disegni, e sulla loro traslazione nello spazio della
galleria, di questa rete di percorsi immaginari attraverso la città. Questa
azione, che apre una riflessione sulla percezione e sulla visualizzazione dei
tempo e dello spazio mediato attraverso i meccanismi della comunicazione (qui
gli walkíe-talkie utilizzati da Brouwn), si sviluppa in termini di
maggior complessità nella successiva performance di Joseph Beuys, I am a
Transmítter, I Emit, svoltasi presso la galleria di René Block il l'
dicembre 1964 dalle 4 del pomeriggio a mezzanotte. Nell'occasione Beuys,
avvolto in un rullo di feltro, emette ad intervalli irregolari messaggi
acustici, alternati in apparente contrasto con frammenti di una composizione di
Andersen e Christiansen, trasmettendoli in tempo reale a New York a Robert
Morris che si trova a sua volta in una situazione analoga. Il reverente, quasi religioso
silenzio dei pubblico - almeno per quanto riferisce Vostell nel suo articolo
per “Der Tagesspiegel” - e il successivo dialogo tra l'artista e i presenti, a
proposito dei suo modo di fare arte, ma soprattutto a proposito dei messaggio
"Bisogna abbassare il muro di Berlino di tre centimetri",
sottolineano il carattere di rituale sciamanico che Beuys conferisce
all'evento, e la sua intenzione di utilizzare il canale dei l'informazione
alternativa di Fluxus in una direzione che è insieme politica e più latamente
metaforica dell'esistenza, comunque abbastanza lontana dalle consuete
manifestazioni Fluxus condotte all'interno dei codice musicale e sonoro e dei
suoi rituali spettacolari. Altre performances, realizzate nel 1965 da Schmit,
Gosewitz e Ruhm, come One-day publishing, One-day tour, Five
Mínutes, sono ancora dedicate ai concetti di tempo e spazio, sia pure nel
gusto ludico e paradossale più tipicamente Fluxus, con il consueto canale
mail-artistico e il metodo della compresenza simultanea della sonorità orale.
Nello stesso anno le performance di Paik, Robot-opera e soprattutto la celebre Swan
of Toleto con Charlotte Moorman, mescolano l'inevitabile riferimento alla
particolare situazione berlinese, con l'utilizzo trasgressivo e provocatorio
della musica, associata al sesso e all'erotismo secondo un'equivalenza già
teorizzata da Paik sulle pagine di An Anthology. Beuys e Vostell comunque,
anche se in contrasto tra loro nel contendersi l'etichetta di Chief Fluxus, ne incarnano l'anima più ideologica ed
eroica, caricando di contenuti e di modalità tipiche della cultura europea di
quegli anni le velleità barricadiere, ma tutto sommato ingenue, di Maciunas. In
questo momento, dei resto, confluiscono in Fluxus (o gli sono quantomeno
tangenti) il disperato e tragico esistenzialismo degli azionisti viennesi e gli
umori ironici, ma non meno drammatici di artisti come Ben Vautier e Daniel
Spoerri. Più rarefatta e fredda appare semmai, con Chiari e Simonetti, la
presenza italiana che sviluppa la ricerca intermediale tra musica e poesia
visiva. Ma è comunque chiaro che nell'Europa della fine degli anni Sessanta
Fluxus è vissuto e partecipato come l'ala artistica di una radicale
contestazione dei sistema, quando non si arriva ad accusarlo di tradimento o di
inadeguatezza, come in occasione dei concerto di Beuys e di Andersen svoltosi a
Berlino nel '69 in contemporanea con la visita dei presidente americano Nixon
accolto da violente manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Negli anni Sessanta e Settanta gli
artisti che, pur con qualche insofferenza, si riconoscono in Fluxus producono
un numero assai limitato di opere e sviluppano al massimo le attività
performative. Anche se alla fine degli anni Sessanta collezionisti pubblici e
privati cominciano ad interessarsi al loro lavoro e si intensifica di
conseguenza la produzione di Fluxuskit, collettivi e individuali, e di multipli
in edizione numerata, questi sembrano costituire una sorta di corollario
oggettuale alle teorizzazioni e alle azioni, quasi una tangibile memoria degli
eventi che diventa nel tempo, insieme alle immagini fotografiche dei
protagonisti, oggetto di vero e proprio feticismo. Le celebri e ormai
preziosissime fotografie di Charlotte Moorman realizzate da Peter Moore
(ineliminabili da ogni mostra Fluxus che si rispetti) non sono che la punta
dell'iceberg di uno sconfinato e diffuso archivio fotografico tutt'ora ín
progress che, a cominciare dalle fotografie scattate da Dick Higgins ai suoi
amici artisti esposte in questa mostra, fa di ogni artista, solo o in gruppo,
una sorta di proposizione estetica e comportamentale, quasi una collezione di
eretici "santini" che da un catalogo all'altro finiscono per
costituire, più e meglio di ogni altra documentazione, l'immagine collettiva
dei movimento. Espressione dei suo tempo non meno della Pop Art, Fluxus
intercetta come Warhol il meccanismo massmediologico dell'iterazione
dell'immagine, ma lo utilizza a suo uso e consumo costruendo per accumulo
un'icona moderna della "faccia trasgressiva" dell'arte. La fase storica di Fluxus finisce
poco dopo la metà degli anni Settanta, felicemente riassunta dall'ultimo grande
evento organizzato da Maciunas, il Fluxus Labirinth dei 1976 (ancora a
Berlino), che compendia anche nel titolo la dimensione collettiva e
deliberatamente disorientante e disorientata dell'arte. Da qui in poi la
percezione di Fluxus nell'arte contemporanea ha risvolti per certi versi
paradossali. Figlio di un Dio minore rispetto alla più "protetta" Pop
Art, entra solo marginalmente nella Storia dell'Arte dei manuali (ed è quindi
poco conosciuto al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori e degli
"iniziati"), ma è al tempo stesso vittima di una storicizzazione
implacabile nel non riconoscergli diritto di vita oltre la data convenzionale
della morte di Maciunas. Al contrario, rispetto all'omologazione dello stile e
dei comportamenti voluta dal fondatore, e dei resto mai tollerata sin dagli
inizi da parte di tutti gli artisti, gli anni Ottanta e Novanta si
caratterizzano per una ricerca individuale più libera, anche se ovviamente meno
innovativa e d'avanguardia, come avviene peraltro per qualsiasi movimento nella
sua fisiologica trasformazione in linguaggio codificato e quindi utilizzato e
utilizzabile dentro e fuori il contesto originario. La più recente produzione
Fluxus è spesso nel segno della continuità come nell'opera di Philip Comer, che
prosegue il suo lavoro musicale e la trascrizione dei suono in colore e segno,
o nei tracciati di poesia concreta di Emmett Williams, rivisitati
nell'essenzialità neo-deco delle vetrate della Fluxus Cathedral,
o ancora nella ludica metamorfosi degli assembiaggi di Ben Patterson, che
riassume nel suo contrabbasso volante vent'anni di performances e di azioni
Fluxus, o nel raffreddato concettualismo della parola e dell'oggetto riproposte
da Andersen e Flynt. Altri come Geoffrey Hendricks e Alison Knowles sviluppano
ricerche più intimistiche ed esistenziali coniugando il raffinato piacere della
dimensione pittorica e lirica (siano i cieli acquerellati di Hendricks o le serigrafie
colorate dei Leone d'oro di Alison) con la valenza evocativa degli
oggetti trovati o con l'inconsapevole scrittura di luce, ombra e materia delle
tegole d'ardesia dei tetto, in un più complessivo recupero antropologico della
vicenda umana, senza dubbio assai lontana dalle problematiche massmediologiche
degli anni Sessanta e in ancor più evidente dissenso con la dimensione odierna
dell'homo tecnologicus. La costellazione di Fluxus, che si è tentato di costruire
nelle stanze di Villa Croce, vive appunto di queste compresenze e di queste
apparenti contraddizioni, nello spazio conchiuso delle sale dei museo, ma
soprattutto nel tempo pur non lunghissimo di una storia che si confronta con il
presente senza una reale soluzione di continuità, e si alimenta di quello
"spirito di Fluxus", per citare il titolo di un'opera storica di Ben
Vautier presente in mostra, cui fanno riferimento personalità molto diverse tra
loro, anche artisti che come Beuys, Paik, Spoerri, Ben Vautier, Vostell, hanno
preso parte a questa vicenda e se ne sono poi allontanati per proseguire un
loro autonomo percorso d'arte e di vita. “Fluxus cannot save the world”, ha scritto Ben Vautier in
una delle opere presenti nell'installazione preparata appositamente per la
mostra, ed ha così affermato, con l'amara e disincantata ironia che connota la
sua più recente produzione, il definitivo fallimento di un'utopia, ma anche la
consapevolezza di averla alimentata e condivisa. |
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