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DELL'ARTE INCONSAPEVOLE DI SPARIRE MANTENENDO LA FORMA
di Carlo Romano


Le banconote di grande e piccolo taglio oramai
non   contengono   più  illustrazioni di fantasia.

Francesco Forte

 

Prima ancora di costituire un problema estetico Fluxus sembra assomigliare ad una incognita storiografica, e non già in ragione d'una carenza di studi, benché non siano numerosi, o di labili incursioni nei suoi propri domini o ancora di generiche difficoltà collegate a degli avvenimenti pasticciati o magari alla ritrosia degli adepti.

Sul piano dell'operosità artistica Fluxus viene a situarsi nel novero delle cosiddette "neo‑avanguardie", per quanto eviti, a differenza di queste, di mettere fra sé e gli storici raggruppamenti dell'anteguerra la distanza necessaria ad attuare un astuto recupero puramente linguistico e, per altri versi, revivalistico ‑ agevolato del resto dall'ec­cezionale accrescimento dei materiali di ricerca ‑ e navi­ghi spensierato nel mare della continuità..

E’ comunque un genere di impiego al quale, in un modo o nell'altro, si partecipa ormai in massa e vale a rendere la variopinta atmosfera di quegli anni ‑ i primi '60 ‑ la locuzione ‑ libre expression ‑ che con tutti gli abbagli del caso usavano i francesi.

Riesce nondimeno difficile porre Fluxus in una linea precisa di filiazione quando ci si rende conto dell'eterogeneltà degli artisti che hanno gradito adottarne il nome. Peraltro, a ben guardare, Fluxus non è molto più d'un nome escogitato da George Maciunas, ed è l'assenza di proclami e di normative scritte ‑ salvo alcune cosucce ‑ a costituire insieme alle difficoltà storlografiche che ne derivano ‑ ovviabili unicamente attraverso le vicende individuali e le cronache dei periodici raduni ‑ la sua propria originalità. Beninteso ogni scrupolo può venir ricondotto ad una teoria dell'Avanguardia perché Fluxus subisca indifferentemente il trattamento della “perditadel centro" come quello della “tradizione del nuovo"; del resto le origini stesse di Maciunas, l'accreditato demiurgo, sono tali da confermare fra le teorie perlomeno quella geopolitica di George Lemaitre, la quale prevedeva che da una certa data in poi a rinfocolare le Avanguardie in Occidente avrebbero provveduto degli emigranti del centro e dell'oriente europei (Maciunas, Isou, gli austriaci, Kossuth, Warhol... ma allora è vero!).

Comunque sia, di Fluxus si può discettare come si fa con tutto il diffondersi di arti causali e ambientali. di happenings e performances che gli sono coevi. Come su di essi anche su Fluxus ricade la responsabilità d'aver fatto di Duchamp un altro genere di Picasso (e forse lo era). Schwitters, SchIemmer, Russolo e Joseph Cornell sono i naturali quanto remoti punti di riferimento. Ciò a cui un po' tutti fanno invece direttamente seguito è l'attività del College di Black Mountain, nella Carolina del Nord.

Fondato nel 1933 da una trentina fra studenti e personale insegnante, il College, che già attira ogni sorta di artista (verrà visitato, fra gli altri, da Aldous Huxley, Fernand Leger, Lyonel Feininger, Thornton Wilder) invita ad un certo punto, prima comunque che a Chicago venisse fondato un nuovo Bauhaus, Joseph ed Anni Albers a far parte della comunità; a loro volta gli Albers invitano Xanti Schawinsky e insieme realizzano alcune performances. Dopo la guerra mondiale Willem de Kooning, Buckminster Fuller e Merce Cunningham (con la regia congiunta di Helen Livingston e Arthur Penn) riesumano e mettono in scena un lavoro di Erik Satie. Dal 1950 il Black Mountain College viene diretto da Charles Olson il quale con altri poeti riesce a farne uno dei luoghi privilegiati della poesia americana. L'attività performativa e multimediale non subisce tuttavia alcuna interruzione (vi partecipa anche Robert Rauschemberg) e meglio ancora fa sovente da cornice al reading poetici.

Ma fra i personaggi che saltuariamente vanno a popolare questo Bosco Parrasio della North Carolina quello che qui più ci interessa ‑ il quale fra l'altro esercitò una diretta non meno che decisiva influenza su diversi allievi (Kaprow, Segal, Poons, Dine) dei corsi di musica sperimentali che teneva presso la New School for Social Research di New York, e di questi allievi (MacLow, Brecht, Hansen, Higgins) ne ammaliò che diventarono feraci in Fluxus ‑ è John Cage, quel nome che il costume intellettuale impone venga annunciato da un Haiku mentre diffonde l'aroma dell'amanita muscaria.

Cage dà a Fluxus più di quanto egli vi sia effettivamente coinvolto: gli dà un'ideologia, ed è quella ‑ è trascorso assai più d'un secolo da quando Edgar Poe pensò che la poesia dovesse aspirare alla stessa “indeterminatezza” di cui stimava fosse fatta la musica ‑ del caso e dell'indeterminatezza.

Il significato di queste indicazioni all'interno di Fluxus riesce di per sé evidente; coincide con la stessa critica alla specializzazione cui miravano le avanguardie storiche.

Maciunas invita alla cassazione d'ogni distinzione fra le arti affinchè acquisiscano '1a qualità impersonale d'un semplice e naturale evento". Slogans come “l’arte è facile" ovvero "tutto è arte, tutti possono farla”, che paiono ingentilire ciò che nei gruppi dell'Avanguardia montante appariva quale oltraggiosa arroganza, fanno anche allusione al senso fiduciosamente realizzato di ciò che in esse appariva il bellicoso fine cui l'arte avrebbe dovuto immolarsi per avere un senso.

Questa stessa consegna suscita al tempo di Fluxus le riflessioni di chi non discernendovi più alcun serio incitamento ne stima i soverchianti intoppi. Ciò significa ovviamente un esame dell'Avanguardia diametralmente opposto a quello della critica paranoide, peraltro a corto di motivazioni e ormai persuasa del recupero selettivo. Ci vengono in mente i testi di Hans Magnus Henzensberger e di Michel Ragon, ma anche l'aureo libretto di Lienhard Bergel dove venivano convenientemente sviluppate le stagionate riserve di Benedetto Croce.

Con tale puntualizzazione diventa ancor più pressante ri­cordare un fatto che la critica d'arte ha preso general­mente sottogamba ‑ o ha ritenuto esulasse dal propri interessi per dirottarlo nelle gabbie stilistiche predilette ‑ vale a dire, negli anni Quaranta e Cinquanta, il coerente svolgimento da parte dei gruppi che si richiamavano al­ l'Avanguardia (Cobra, Benjamin Peret, i Surrealisti Bel­gi, il Lettrismo) delle incombenze che essa aveva lasciato.

Più di tutti è perspicace ed estremo nelle conseguenze ‑ tanto che volendo gli altri si va a designarli in tappe – il gruppo dell'Internazionale Situazionista quando chiu­dendo i battenti come bottega del Vicolo delle Arti – sia pur particolare ed indisciplinata ‑ scopre che altri andavano da tempo non solo biasimando ma demistificavano il dominio d'ogni mercanzia, la malafede dei bottegai innanzitutto. Non si creda che a venir inalberato sia uno dei cartelli, pochi o tanti, che riportano la scritta "fallimento”, benché anche di questo si tratti. E’ l'Avanguardia ‑ in ogni caso il processo che indichiamo con questo nome ‑ che chiude e chiude veramente, anche se le scorte verranno commercializzate ancora a lungo.

Fluxus nasce allora. E’ da fessi cercare di stabilire fra i due avvenimenti un rapporto qualsiasi di quelli che la fantasia mai nega. Eppure abbiamo la sensazione che Fluxus non sia (l'ingenuo) fondo di magazzino cui indurrebbe il nostro ragionamento; del resto peggio ancora che da fessi sarebbe l'idolatria d'una data di cui non v'è traccia sui decreti, a loro volta inesistenti.

Fluxus partecipa, per vie diverse ed oblique, allo stesso processo di dissoluzione che l'Internazionale Situazionista porta a compimento nel riguardo tanto delle problematiche centrali del Surrealismo che di quelle dei suoi primi critici, dei quali (Bataille, tanto per dire) sfuma definitivamente ogni residua allusività (l'arte letteraria più Boris Souvarine, per dire meglio) per parlare finalmente chiaro (diciamo "solo" Souvarine, per concludere). Se delle ambiguità restano vanno unicamente imputate al narcisismo dei Situazionisti ‑ che diamine! sono uomini del nostro tempo ‑ ma la critica che alfine li infiamma e di che qualità ‑ è soltanto quella al mondo amministrato.

In Fluxus, viceversa, il processo di sparizione dell'Avanguardia ‑viene da ridere al pensiero di tutti quelli che vent'anni dopo si sono affannati ad intonare canti di morte ‑ si esemplifica chiaramente nella sua natura di gruppo che non è il gruppo in fusione degli anni belli ma il suo fantasma, fedele all'ideologia dell'indeterminatezza che Cage desume dallo Zen. Quando comunque si dice che si vogliono lasciar soltanto accadere gli eventi si capisce che questa "indeterminatezza" non consiste nell' “effettuazione dell'indeterminismo”, il quale presuppone una volontà libera da vincoli, ma nell'assenza di volontà, in altre parole di puro determinismo che nel nostro caso produce "opere" che sono da chiamare "eventi".

In questo modo Fluxus partecipando inconsapevolmente ad un discorso di chiusura aiuta a muovere i primi passi, pur se fuori dalla via maestra dell'astrattismo, alle correnti minimaliste. E fra questi due poli che andrebbe risolta l'incognita storiografica di cui si diceva, ciò che  per l’appunto gli storici dell'arte hanno disatteso; né hanno tutto sommato rilevato l'importanza di Fluxus nella storia dell'arte, quanto sia esso cruciale. Nemmeno sospettano quanti tic abbia trasmesso e quanti ne sopravvivano fra i loro beniamini, in loro stessi.

 

 




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