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DELL'ARTE
INCONSAPEVOLE DI SPARIRE MANTENENDO LA FORMA Le
banconote di grande e piccolo taglio oramai Francesco Forte Prima
ancora di costituire un problema estetico Fluxus sembra assomigliare ad una
incognita storiografica, e non già in ragione d'una carenza di studi, benché
non siano numerosi, o di labili incursioni nei suoi propri domini o ancora di
generiche difficoltà collegate a degli avvenimenti pasticciati o magari alla
ritrosia degli adepti. Sul
piano dell'operosità artistica Fluxus viene a situarsi nel novero delle
cosiddette "neo‑avanguardie", per quanto eviti, a differenza di
queste, di mettere fra sé e gli storici raggruppamenti dell'anteguerra la
distanza necessaria ad attuare un astuto recupero puramente linguistico e, per
altri versi, revivalistico ‑ agevolato del resto dall'eccezionale
accrescimento dei materiali di ricerca ‑ e navighi spensierato nel mare
della continuità.. E’
comunque un genere di impiego al quale, in un modo o nell'altro, si partecipa
ormai in massa e vale a rendere la variopinta atmosfera di quegli anni ‑
i primi '60 ‑ la locuzione ‑ libre expression ‑ che con tutti
gli abbagli del caso usavano i francesi. Riesce
nondimeno difficile porre Fluxus in una linea precisa di filiazione quando ci
si rende conto dell'eterogeneltà degli artisti che hanno gradito adottarne il
nome. Peraltro, a ben guardare, Fluxus non è molto più d'un nome escogitato da
George Maciunas, ed è l'assenza di proclami e di normative scritte ‑
salvo alcune cosucce ‑ a costituire insieme alle difficoltà
storlografiche che ne derivano ‑ ovviabili unicamente attraverso le
vicende individuali e le cronache dei periodici raduni ‑ la sua propria
originalità. Beninteso ogni scrupolo può venir ricondotto ad una teoria
dell'Avanguardia perché Fluxus subisca indifferentemente il trattamento della
“perditadel centro" come quello della “tradizione del nuovo"; del
resto le origini stesse di Maciunas, l'accreditato demiurgo, sono tali da
confermare fra le teorie perlomeno quella geopolitica di George Lemaitre, la
quale prevedeva che da una certa data in poi a rinfocolare le Avanguardie in
Occidente avrebbero provveduto degli emigranti del centro e dell'oriente
europei (Maciunas, Isou, gli austriaci, Kossuth, Warhol... ma allora è vero!). Comunque
sia, di Fluxus si può discettare come si fa con tutto il diffondersi di arti
causali e ambientali. di happenings e performances che gli sono coevi. Come su
di essi anche su Fluxus ricade la responsabilità d'aver fatto di Duchamp un
altro genere di Picasso (e forse lo era). Schwitters, SchIemmer, Russolo e
Joseph Cornell sono i naturali quanto remoti punti di riferimento. Ciò a cui un
po' tutti fanno invece direttamente seguito è l'attività del College di Black
Mountain, nella Carolina del Nord. Fondato
nel 1933 da una trentina fra studenti e personale insegnante, il College, che
già attira ogni sorta di artista (verrà visitato, fra gli altri, da Aldous
Huxley, Fernand Leger, Lyonel Feininger, Thornton Wilder) invita ad un certo punto,
prima comunque che a Chicago venisse fondato un nuovo Bauhaus, Joseph ed Anni
Albers a far parte della comunità; a loro volta gli Albers invitano Xanti
Schawinsky e insieme realizzano alcune performances. Dopo la guerra mondiale
Willem de Kooning, Buckminster Fuller e Merce Cunningham (con la regia
congiunta di Helen Livingston e Arthur Penn) riesumano e mettono in scena un
lavoro di Erik Satie. Dal 1950 il Black Mountain College viene diretto da
Charles Olson il quale con altri poeti riesce a farne uno dei luoghi
privilegiati della poesia americana. L'attività performativa e multimediale non
subisce tuttavia alcuna interruzione (vi partecipa anche Robert Rauschemberg) e
meglio ancora fa sovente da cornice al reading poetici. Ma
fra i personaggi che saltuariamente vanno a popolare questo Bosco Parrasio
della North Carolina quello che qui più ci interessa ‑ il quale fra
l'altro esercitò una diretta non meno che decisiva influenza su diversi allievi
(Kaprow, Segal, Poons, Dine) dei corsi di musica sperimentali che teneva presso
la New School for Social Research di New York, e di questi allievi (MacLow,
Brecht, Hansen, Higgins) ne ammaliò che diventarono feraci in Fluxus ‑ è
John Cage, quel nome che il costume intellettuale impone venga annunciato da un
Haiku mentre diffonde l'aroma dell'amanita muscaria. Cage
dà a Fluxus più di quanto egli vi sia effettivamente coinvolto: gli dà
un'ideologia, ed è quella ‑ è trascorso assai più d'un secolo da quando
Edgar Poe pensò che la poesia dovesse aspirare alla stessa “indeterminatezza”
di cui stimava fosse fatta la musica ‑ del caso e dell'indeterminatezza. Il
significato di queste indicazioni all'interno di Fluxus riesce di per sé
evidente; coincide con la stessa critica alla specializzazione cui miravano le
avanguardie storiche. Maciunas
invita alla cassazione d'ogni distinzione fra le arti affinchè acquisiscano '1a
qualità impersonale d'un semplice e naturale evento". Slogans come “l’arte
è facile" ovvero "tutto è arte, tutti possono farla”, che paiono
ingentilire ciò che nei gruppi dell'Avanguardia montante appariva quale
oltraggiosa arroganza, fanno anche allusione al senso fiduciosamente realizzato
di ciò che in esse appariva il bellicoso fine cui l'arte avrebbe dovuto
immolarsi per avere un senso. Questa
stessa consegna suscita al tempo di Fluxus le riflessioni di chi non
discernendovi più alcun serio incitamento ne stima i soverchianti intoppi. Ciò
significa ovviamente un esame dell'Avanguardia diametralmente opposto a quello
della critica paranoide, peraltro a corto di motivazioni e ormai persuasa del
recupero selettivo. Ci vengono in mente i testi di Hans Magnus Henzensberger e
di Michel Ragon, ma anche l'aureo libretto di Lienhard Bergel dove venivano
convenientemente sviluppate le stagionate riserve di Benedetto Croce. Con tale puntualizzazione diventa ancor più pressante
ricordare un fatto che la critica d'arte ha preso generalmente sottogamba ‑
o ha ritenuto esulasse dal propri interessi per dirottarlo nelle gabbie
stilistiche predilette ‑ vale a dire, negli anni Quaranta e Cinquanta, il
coerente svolgimento da parte dei gruppi che si richiamavano al l'Avanguardia
(Cobra, Benjamin Peret, i Surrealisti Belgi, il Lettrismo) delle incombenze
che essa aveva lasciato. Più di tutti è perspicace ed estremo nelle conseguenze
‑ tanto che volendo gli altri si va a designarli in tappe – il gruppo
dell'Internazionale Situazionista quando chiudendo i battenti come bottega del
Vicolo delle Arti – sia pur particolare ed indisciplinata ‑ scopre che
altri andavano da tempo non solo biasimando ma demistificavano il dominio
d'ogni mercanzia, la malafede dei bottegai innanzitutto. Non si creda che a
venir inalberato sia uno dei cartelli, pochi o tanti, che riportano la scritta
"fallimento”, benché anche di questo si tratti. E’ l'Avanguardia ‑
in ogni caso il processo che indichiamo con questo nome ‑ che chiude e
chiude veramente, anche se le scorte verranno commercializzate ancora a lungo. Fluxus nasce allora. E’ da fessi cercare di stabilire
fra i due avvenimenti un rapporto qualsiasi di quelli che la fantasia mai nega.
Eppure abbiamo la sensazione che Fluxus non sia (l'ingenuo) fondo di magazzino
cui indurrebbe il nostro ragionamento; del resto peggio ancora che da fessi
sarebbe l'idolatria d'una data di cui non v'è traccia sui decreti, a loro volta
inesistenti. Fluxus
partecipa, per vie diverse ed oblique, allo stesso processo di dissoluzione che
l'Internazionale Situazionista porta a compimento nel riguardo tanto delle
problematiche centrali del Surrealismo che di quelle dei suoi primi critici,
dei quali (Bataille, tanto per dire) sfuma definitivamente ogni residua
allusività (l'arte letteraria più Boris Souvarine, per dire meglio) per parlare
finalmente chiaro (diciamo "solo" Souvarine, per concludere). Se
delle ambiguità restano vanno unicamente imputate al narcisismo dei
Situazionisti ‑ che diamine! sono uomini del nostro tempo ‑ ma la
critica che alfine li infiamma e di che qualità ‑ è soltanto quella al
mondo amministrato. In
Fluxus, viceversa, il processo di sparizione dell'Avanguardia ‑viene da
ridere al pensiero di tutti quelli che vent'anni dopo si sono affannati ad
intonare canti di morte ‑ si esemplifica chiaramente nella sua natura di
gruppo che non è il gruppo in fusione degli anni belli ma il suo fantasma,
fedele all'ideologia dell'indeterminatezza che Cage desume dallo Zen. Quando
comunque si dice che si vogliono lasciar soltanto accadere gli eventi si
capisce che questa "indeterminatezza" non consiste nell'
“effettuazione dell'indeterminismo”, il quale presuppone una volontà libera da
vincoli, ma nell'assenza di volontà, in altre parole di puro determinismo che
nel nostro caso produce "opere" che sono da chiamare
"eventi". In
questo modo Fluxus partecipando inconsapevolmente ad un discorso di chiusura
aiuta a muovere i primi passi, pur se fuori dalla via maestra dell'astrattismo,
alle correnti minimaliste. E fra questi due poli che andrebbe risolta
l'incognita storiografica di cui si diceva, ciò che per l’appunto gli storici dell'arte hanno disatteso; né hanno
tutto sommato rilevato l'importanza di Fluxus nella storia dell'arte, quanto
sia esso cruciale. Nemmeno sospettano quanti tic abbia trasmesso e quanti ne
sopravvivano fra i loro beniamini, in loro stessi. |
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