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Carlo Romano Albert
Fratellini “Scrivo in
un momento di felicità, tremando e senza motivo”
Camillo
Sbarbaro Stemperata
la fierezza di quegli eroi che nel loro tempo riuscivano solo ad esser
pestilenziali, volendo uccidere, si temperano gli eroi che pretendono di essere
avanti perché agli apostrofi lasciati sospesi, aggiungono parole, non importa
quali. In tempi di cupo ministerialismo e di tristi abbordaggi, non sapendo
(volendo) dar l’addio, si industriano nell’invenzione di nuovi gadget per il
“tempo libero” futuro. Le nuove topografie non dovrebbero più avere effimeri e
solitari Luna Park, questo il senso dei nuovi progetti, ma “essere” il Luna
Park: città sconvolte dall’allegria e dal sorriso (fiumi di vino e mura di
pandolce, naturalmente). “Distruggete le arti seriose” amava portar scritto su
dei cartelli un Henry Flynt piazzaiolo, “il divertimento rinuncia alla
distinzione fra arte e non arte” diceva il lituano Maciunas, ma non per questo
si son viste facce più allegre in giro o agili saltimbanchi che non chiedessero
l’obolo per i loro mal ridotti e affamati piattini. I gerarchi del gusto hanno
capito il gioco e ne stanno ancora consumando le regole ridendosene delle
vecchie patafisiche e dei nuovi baracconi, riusciti come sono a trasformare,
come già succedeva nelle tradizioni di certi paesi, i funerali in feste di
gioia, teschi commestibili compresi, come nell’usanza messicana. Il
Flux-Treadmill che, auspice George
Maciunas, rotola per New York (una grande ruota messa in moto da coloro che vi
camminano dentro), sarà forse un rimando, anche se bruscamente avvertito nel
panorama metropolitano, alle emozioni circensi, e forse corroborerà le
aspettative dei nostalgici di un mondo che ricordano appena per i giullari e i
saltimbanchi, forse farà ridere e forse susciterà lo sdegno dei puritani e dei
puristi in fatto di Luna Park, ma comunque non basta, come non basta il
volontarismo dell’enunciazione, a sopprimere la distinzione fra arte e non
arte. La giocosità dei protagonisti e il meccanismo del gioco non implicano la
realizzazione della gioia e del divertimento, piuttosto riconfermano
l’esistenza di una dispensatrice che sovrasta i voleri, giacché essi sono
centellinati insieme alla noia, al lavoro, in modo che si creda a un “senso” di
questi. Osservava Bergson nel suo scritto sul riso che “il cerimoniale della
vita sociale dovrà sempre contenere un lato comico latente”. Tutti gli avvenimenti che passano sotto la
rubrica Fluxus, portano con sé il miraggio della realizzazione dell’arte e del
gioco nella vita quotidiana, si tratti di cliniche Fluxus o della pulitura
delle strade nuovaiorchesi. La fusione di “”gags, giochi, Vaudeville, Cage e
Duchamp” che Maciunas propose ne dovrebbe essere lo strumento. Quando i
surrealisti prima (e tanti prima di loro) e i situazionisti dopo, hanno
espresso analoghi bisogni, si sono limitati a ciò, simbolizzando nel gioco e
nell’arte tutti i bisogni e i desideri che alla fine avrebbero negato l’arte e
il gioco, vanificati cioè dalla loro stessa liberazione, senza quindi passare a
definire gli strumenti, ben consapevoli dei limiti della loro esperienza, anche
se megalomanicamente difesa, riallacciando piuttosto la loro elaborazione
all’indirizzo stesso del negativo – sulla quale scelta il surrealismo si
consumò, finita la sua stagione di dirompenza, e i situazionisti procedettero
uscendo finalmente dall’infanzia avanguardista. Possiamo ripetere ciò che scrivemmo
qualche tempo fa insieme con Gianni Emilio Simonetti, in un saggio che doveva
servire quale “introduzione ad una fenomenologia rozza del gruppo Fluxus” (su “Le arti” n.4 del ’76): “In una società
dove l’unico Evento possibile sarebbe
la sua soppressione, prendendo a prestito un concetto del cibernetico Abraham
Moles, Fluxus si ingegna a modellare un Evento
accettabile”. Il
gioco che Fluxus ha da fare, nonostante le dichiarazioni anti-professionismo di
Maciunas, ingenua vittima scandalizzata dalla divisione del lavoro, è l’emblema
stesso della sua professionalità, evanescente fin che si vuole: elargire
quattro risate tra i degustatori degli aperitivi avanguardistici, perché nei
vent’anni successivi si possa seguitare a riconoscerlo come quello che in
fondo, tra pensosi albergatori di concetti, ha portato una nota di colore. I
“Media-intersecati” fissati a distintivo riguardano certamente un tentativo di
sfuggire “al riconoscimento del mercato e alla sua strumentalizzazione”
(Bonito-Oliva) ma non sono la fuga, bensì il suo scadere in ideologia, preludio
a una nuova fase di colonizzazione che misconosce i mercanti di perline di
vetro incorniciate e si apre a più duttili e meno appariscenti affaristi. Non a
caso è proprio Fluxus quello che tra i gruppi delle neoavanguardie, come
riconosce Bonito-Oliva, “ha lavorato per una strategia globale, tesa a
rifondare a livello antropologico l’esperienza artistica”. L’affanno
con il quale è posto l’accento sul divertimento e sul gioco è la fatica di
Sisifo dell’immaginario contemporaneo, diviso tra le chimere della “città
futura” semplificata e già posta come abitabile, e le Megastrutture dei bisogni
che con quella mal si conciliano; senza poi considerare che un’altra grossa
fetta di tale immaginario è occupata dalle ideologie che esaltano le più
pedantesche propedeutiche quale mezzo per gli stessi obbiettivi. Il partito del
gioco, cioè, ha le sue fazioni sclerotizzate in fans dell’edonismo
socialdemocratico, vivaci e attivi negli obbiettivi considerati fin da adesso come
un realizzabile anticipo del radioso futuro, e in fans leninisti dell’indagine
in profondità che dovrebbe stabilire i tempi della ribellione dell’inconscio,
approdante, nella prima fase, alla realizzazione del “gioco in un solo paese”.
Ma nel gioco conta il fatto che vi siano dei vincitori, e ogni ideologia che
nega questo fatto, come quella di Fluxus, è di per sé perdente. Ecco quindi che
del più baldanzoso vitalismo si intuisce lo spessore: la più subdola
piagnucolosità, la più lamentosa ipocondria. Esse sì finalmente ridicole per la
loro donchisciottesca incapacità a reggere, per ora, i confronti con in vecchi
baracconi, termine ancora irrinunciabile per coloro che avvertono la
preoccupazione che l’organizzazione del tempo libero sia la peggiore minaccia
al riposo. Comunque, “in the Soho district of Manhattan”, crediamo, Maciunas
continuerà a proporre giochi e avventure. I fanatici del tempo libero occupato
da quei giochi e da quelle avventure sanno dove andare. I meno fanatici possono
sempre sperare che approdino in prossimità di casa loro. In Europa, quest’anno,
l’occasione si è presentata a Berlino. “a-beta”, Multhipla edizioni, Milano, autunno 1976 |
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