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SU FLUXUS: LINEAMENTI di Carlo Romano Per dovere di cronaca: la
preparazione di Fluxus affonda negli anni cinquanta, nel clima dell'astrattismo
americano e della musica di John Cage. Di lui furono allievi Jackson MacLow, Dick
Higgins, Richard Maxfield - col quale Là Monte Young studia la musica
elettronica - e Allan Kaprow, futura védette degli happenings. Fluxus viene annunciato da George
Maciunas nel 1961. Sede la sua galleria, l'AG, attraverso la quale voleva
inizialmente diffondere - era un lìtuano emigrato a Soho, distretto di
Marhattan - l'arte dell'est europeo. Si comincìa con rappresentazíoni-concerto
di “musica antiqua et nova”. L'anno successivo vi sarà un tour europeo con
tappe al museo di Wiesbaden (14 concerti), a Copenhagen (6 concerti), a Parigi
(7 concerti). E’ durante questo viaggio che
avviene l'incontro con Vostell e parte l'idea di una sezione europea (si può
sensatamente ipotizzare che in Europa venisse ricercata la malia di una grande
stratificazìone culturale). Nello stesso anno Maciunas progetta delle
composizioni musicali per labbra, fango, violino, scale, e un concerto per sei
cappelli a bombetta e ombrello «in memoriam» di Adriano Olivetti. Nel '63 - ma pensata molto prima
viene pubblìcata, per le cure di La Monte Young e il progetto grafico dello
stesso Maciunas - designer delle prime pubblicazioni dei gruppo - An
Anthology, sorta dì inventario militante. Vi collaborarono: George Brecht, Claus
Bremer, Earle Brown, Joseph Byrd, John Cage, David Degener, Walter De Maria,
Hanry Flynt, Yoko Ono, Dick Higgins, Toshi Ichinayagi, Terry Jennings Dennis,
Ray Johnson, Jackson Mac Low, Richard Maxfield, Malka Safro, Simone Forti, Nam
June Paik, Terry Riley, Diter Rot, James Waring, Emmett Willìams, Christian
Woff e, naturalmente, Maciunas e La Monte Young. Nel suo presentarsi informale,
come informale vuole essere Fluxus, il libro ne prospetta le generalità sia
operative che anagrafiche. Richard Maxfield vi parla di musica con l'orecchio
teso alle arti visive; Jackson Mac Low si dilunga sul Bardo Todol e si incanta
sullo zen espatriato di Suzuki; altri beatificano la danza, qualcuno preventiva
l'uso modo distonico delle poste. Nel ruolo che dividerà (almeno
ínizialmente) soprattutto con Henry Flynt, quello di ideologo, Maciunas
definisce Fluxus come tendente al “non strutturale, non teatrale, non barocco”,
a “qualità impersonali di un semplice naturale evento, soggetto, gioco, puzzle
o gag” (cfr. Carlo Romano/Gianni Emilio Simonetti “Introduzione a una
fenomenologia rozza del gruppo Fluxus”, su Le Arti n. 4, Milano 1976).
Allora: Si può dire che in certo qual modo
tutti i gruppi dell’avanguardia artistica si somigliano. Essere invitati ad
un’esposizione surrealista come essere invitati a quelle che Fluxus chiama
feste è lo stesso che prendere la tessera di un circolo. In Fluxus, quantunque si favoleggi di una
lista nera, non c’è però un Breton che lega e disfa. L’ideale centralità non si
fonda sulla tradizione ma è presa dall’effimero. Condizionante è l’ascendenza, comune a molta della cultura
americana dell’epoca, del buddismo e dello zen, i quali spingono a misurare il
peso delle emozioni, a vantare l’indifferenza. Si badi, però: non si tratta per
Fluxus, come era per i parnassiani dell’Ottocento, di stabilire una distanza
fra sé e gli avvenimenti, ma attraversarli in una sorta di deriva indolore (a
tanto, probabilmente, piuttosto che a Deleuze, va ricondotto Achille Bonito
Oliva, un critico interessatosi al gruppo con una certa assiduità, quando
teorizza il “nomadismo” nell’arte). Le definizìoni di Maciunas parlano
chiaro. E Cage, frequentatore certosino di eremi gìapponesi oltreché padrino
del gruppo, elucubrando di “ìntenzionale non intenzìonalità” la dice lunga
sulla questìone Non ci si scordi poi d'una corposa componente formata da
orientali con la plica mongolica. Uno
di questi, il coreano Paik arrivò, fra l'altro, a fondare qualcosa come
“l'università dell'avanguardia induista”. E quanto la sonorità delle latitudini
interessate vi sía influente lo dimostrano i lavori di La Monte Young e di
Terry Riley. In tale scenario, il fatto che
Flynt, ventunenne nel '61, si presentasse come attivista comunista non
comportava equílibrismi particolari. Innanzi tutto i suoi interventi non sono
ascrivibili a ciò che in quegli anni poteva essere la politica culturale dei
gruppi e dei partiti americani che si rifacevano al marxismo. Inoltre i suoi progetti di
ridicolizzazione e contro “la seriosità della cultura” sono ben funzionali al
discorso zen di trovare ovunque la stessa qualità: ogni cosa è mandalica, tutto
è disponibile alla meditazione (“destare la mente senza fissarla in alcun
luogo” si dice sia la frase del sutra del Diamante ascoltando la quale Huineng avrebbe
realizzato la verità dello zen). E ancora: è un buon tramite alle più sanguigne
manifestazioni del manipolo europeo, tutto sommato più dottrinario sul filone
dell'avanguardia artistica e meno aeropatico di mentalità, per quanto Beuys,
legato a Fluxus dal '63, abbia fatto l'aviatore, con le ben note conseguenze
alla scatola cranìca. Dunque Fluxus come società
fredda, nel significato attribuito da Levi Strauss a certi tribalismi cui i
contrasti avrebbero poco a palesarsì.
Fluxus idea d'un gruppo più che gruppo vero proprio. The New Bohemia,
come veniva titolato un libro che nel '66 ripassava sulla stagione dove Fluxus
fu protagonista. La bohéme intellettuale americana
si era sperticata in quegli anni nell'applicazione all'estetica del viaggio di
costumi aleggianti il movimento europeo dell'esistenzialismo giovanile,
spartendosi equamente fra chilometraggio e good vibrations, fra viaggio
estensivo e viaggio intensivo.
Nell'apolidismo si sciacquarono sia Fluxus che l'ondata artistica a lui
coeva, quella degli happenings e della pop art (anch'essa,
attraverso Rauschenberg, si chinava rispettosa nel tributo a Cage). Le modalità, per quanto
differenti, trovarono in Andy Warhol un buon propagandista dei rispettivi
atteggiamenti, fatti lievitare nell'empireo scapigliato dell'high-set con
l'onesta filosofia, tramandata fra i perípatetici, che insegna come l'arte
degli affari sia di gran lunga la migliore. Le etichette che abbiamo citato si
volle raggrupparle ìn un’altra: quella dei new dada. Alle sue implicazioni
non si sottrasse neppure un vecchio amico di Ball.e Tzara, Hans Ríchter, ma quanto ciò fosse dovuto
alla tipica debolezza senile di cogliere ovunque i segni della propria gioventù
è facile da capire. La formula venne
ben presto abbandonata alla sua caducitá: era evidente che il glorioso
movimento europeo aveva nell'arte un punto di partenza fortemente
contraddittorio e un punto d'arrivo solo per alcuni. E’ a questi ultimi - e qui dopo i
padrini trattiamo ì patroni – che fa riferimento Fluxus. Soprattutto glì
emigranti di successo. Soprattutto Duchamp. Una gloria nazionale americana,
Joseph Cornell, fu rispettata ma laterale. L’interesse dimostrato al gruppo da
:una galleria quale quella di Arturo Schwarz se per un verso salva l'idea della
continuità, rischia per l'altro dì
rafforzarla troppo. E’ in Italia - con qualche testo
della Palazzoli, certe sue iniziative, dei lavori del Simonetti, l'attività
della ED 912 - che alla seconda metà degli anni sessanta si profila uno
spessoramento critico, che già fa avvertire gli appuntamenti con la storia. Ed
è sempre. in Italia che Fluxus trova una veícolazione impregnata da.questi
precedenti con le attività editoriali e galleristiche di un operatore come Gino
Dì Maggio, segnandone il futuro. La storiografia, da Adrian Henry a Martin Damus, ha da tempo
preso la consuetudine di rimescolare Fluxus nel calderone delle estetiche
totalizzanti dell'ultimo ventennio riconoscendogli, al meglio, una sicura
tempestività nel riconoscere Cage come altri in Europa individuavano Klein e
Manzoni; al peggio, affatto accettabile, l'essere la sommatoria d'una serie di
personaggi per i quali l'appartenenza al gruppo è dí fatto occasionale. La mancanza d'uno stile comune
compreso fra l'eventismo cool degli americani, il magrittismo rìtardato
di Robin Page, l'espressionismo di Vostell - non sarebbe decisiva per la sua
riíconoscibilità. Un plafond vìsuale si potrebbe rintracciare abbastanza
agevolmente nel gusto tipografico (artefici Maciunas e Híggins) con il rischìo
di esaurirvelo. Una tesì di laurea che
l'avesse a protagonista avrebbe
materialeper coinvolgere la filosofia dell'arte di Fitche, la Gottnatur
di Hölderlin, iI witz di Jean Paul, ma il Paraurti del romanticismo
tedesco sarebbe di poco aiuto nell'abitacolo di un'automobile sovraffollata. Se Flynt rivendica a sé, e
indirettamente al suo gruppo, l’invenzione di normative in vigore molto dopo il
momento in cui, nel ’61, usò per la prima volta l'espressione “arte
concettuale”, oltre a ragionare una volta di più sul suo trapasso dall’infatuazione
giovanile per Marx a quella infantile per Carnap, ci viene dimostrato quale
debole polo sia stato Fluxus se nemmeno
la contiguità di esperíenze – e ne ha avute tante di contigue - hafatto sì che
vi alludessero esplicitamente. Ad ogni buon conto c'è del vero in
quello che Flynt afferma con troppa sicurezza, ed è una ve rità estendibile. I collages
ambientali, l'eventismo, il comportamentismo hanno albergato nella galleria di
Maciunas anche se hanno avuto altrove
l'aurora. E’con Fluxus che tipografia e
sala d’íncisione prendono quota tra gli
artisti degli anni sessanta. E’ con
Fiuxus che l’elettronica conquista il pubblico dell'arte: più incidentalmente
con Vostcll., con sicurezza tecnologica attraverso Nam June Paik. E’ Paik a progettare fin dal '61
una trasmissione televisiva fra le coste americane ed asiatiche dei materiali
vísíví e sonori che ha cominciato a produrre da quando ha studiato musica in
Germania abbordando Cage, alla celebre rassegna di Darmstadt. E’ lui ad essere
uno dei primi clienti.delle ditte, specializzate nel momonto ìn cui entrano in
circolazione degli ancora sperimetitali vìdeo-regìstratori. Il tratto decisivo, sul quale
poter misurare l'influenza del gruppo resta tuttavia la musica, archetipo
d'ognì altro comportamento in arte, scopo originario e gravido d'ogni direzione
di sviluppo. “In che modo ci ascoltiamo?” si chiedeva un Ernst Bloch d'annata,
la risposta potrebbe averla siglata Macíunas: “come un incessante canticchiare,
come nella danza”. Le storie della musíca
rintraccíano in Fluxus lo spirito piú genuino dell'avanguardìa. E sono molti
imusìcisti che hanno creduto di
confrontare 1a proprìa modernità alle sue sinuose. Alcuni di loro ebbero addirttura un pal1ido coinvolgimento,
valga per tuttì il nome di Bussotti. Sì fecero delle manìfestazioni contro
Stockhausen, reo di imperialismo, creando l'A.A.I.C. - Actìon Agaìnst Imperialistic Culture - e un'epigono inglese, il
quale ad oriente vedeva più il sole di:Mao che quello di Suzuki, accomunava
però Cage nella condanna. Le linee d'intesa di Fluxus con la
musica moderna - forti del dogma reso “opera” da Giuseppe Chiari che “l'arte è
facìle” – non potevano non flettersi sulla mitologia spontaneista della
-simultaneità fra il rock e il suo pubblìco. Il matrimonio Ono-Lennon ha anche
sposato la prima al rock e il secondo a Fluxus. John Cale ne è milítante. Henry
Flynt, oltre ad essersi interessato di musíca índiana ed ebrea, ha studiato
l'uso del vìolino nell'hillbilly, una delle fonti bianche del rock, e
con Lou Reod ha imparato a pizzicare la chitarra. In un'occasione ha sostituìto John
Cale nei Velvet Underground, il gruppo della factory warholíana, ed è
autore di diverse rock song d’intonazione politica. Nel '76 ha fondato una sua band. Walter Marchetti e Juan Hidalgo
hanno collaborato sin dal secondo Lp, Caution Radiation Area (1973), con
gli Area e con l'etichetta che li rappresentava: la Cramps, attenta fra l'altro
a quanto di provocatorio e di ironizzante sì andava profilando sulla scena del rock italiano degli anni settanta. “Bit “, la rivista della ED 912
alla quale si affiancavano numerose affíches dove Fluxus la faceva da
protagonista, ebbe a diffondersi sulla musica e preparò una mappa araldica dei
gruppi rock. Il rispetto di cui gode Fluxus
presso diversi musicisti rock notevoIe. Brian Eno - che fu contagiato da
Cornelius Cardew, il maoista di cui dicevamo, ha realizzato lavori di La Monte
Young e di George Brecht. In pìù tutto il suo personaggio è connotato
dall'intrusione nell’avanguardia artistica, non per niente fu studente all'Art
School precedente comune ad altre vedettes inglesi fra le quali Joe
Strummer (la voce dei Clash) che si compiace di citare l'action painting come
decisiva per la sua formazione. Fra i Soft Machine contò l'influenza di Terry
Riley, e il loro batterista, Robert Wyatt, prese ad adottare gli umori
dell'avanguardia musicale. Affinità ideologiche sono
rintracciabili in Frank Zappa, Demetrio Stratos, Peter Gordon, e in tutta la wave
di pittori e performers che hanno inaugurato delle bands. Ma il
merito, se mai quelli che abbiamo citato fossero, non sono i meriti. Il senso del flusso accennato dal nome del gruppo lascia
intendere il caso, la successione fatale degli eventi originati da Cage. Teoria
dei precario è la musica che Cage vuole “libera dal gusto individuale e dalla
memoria”. Predicare l'istantaneità è
già averla perduta per strada, dunque Fluxus è la frustrazione di quanto
vorrebbe essere. Spettro di una valanga ormai smorzata fa da ombreggiatura
junghiana alla psicologia della Gestalt dí quello che si chiamava neocapitale,
impegnato con la spugna dello strutturalismo a imporre la cancellazione
del:tragico sperando vi sopravviva il comico. Si confrontino le date. E’ quando nasce il “gruppo idea d'un
gruppo” che la quotata Evergreen Review sbandiera il rilancio della
Patafisica, la cui società, triste ricettacolo di surrealisti disconosciuti
perseguendo le "soluzioni immaginarie” realizza nei fatti, come
lucidamente prevedeva Asger Jorn, “una religione della passi ità, della pura
assenza" Come Fluxus, i patafisicí inscenano il fantasma d'un gruppo
(dove il primo elargisce invitì.i secondi rilasciano diplomi), si trastullano
in una facile incoscienza, perorano la causa dell'immaginazíone. Nell'uso del
comico gli uni sono crapuloni ed esageratì quanto glj altri misurati e parchi,
avendo questi il gusto dei paradossi iniziatici e i ,patafisici delle solide
basi nella gastronomia francese. E comunque - evviva le contraddizioni di cui
si curano così poco! - artisti come Ben e Jean Jacqu es Lebel potrebbero
agevolmente alternarsi nei ruoli che coprono nei rispettivi clubs. Le affermazioni di Paik sul futuro elettronico dell'arte si
intrecciano alla curiosità del satrapo Queneau per i microcircuiti,
divaricandosene quando la patafisca confessa l'integralismo ludico del suo
simulato monarchismo (quando Fluxus deve simulare qualcosa lo fa con animo
repubblicano, Filliou insegna). Non a caso a Queneau, matematico dilettante,
l'elettronica interessa per la computerizzazione: è stato funzionano di banca! L'abbraccio resiste nella concezione tolemaica dell'arte, riscatto pacificatorio degli anni sessanta su certe verità degli anni venti delle quali Fluxus vorrebbe essere la misura: l'ultima. Tutta l'arte successiva, nelle varietà stilematiche rappresentate, gli è in verità identica. Anche tutta la precedente. |
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