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FLUXUS, ITALIA di Carlo
Romano Se una cosa nasce o attecchisce in Germania, anche quando fa riferimento al mondo classico, è "romantica" e "idealista". Lo spirito e "la casa dell'essere" non può che edificarsi a nord delle Alpi. Il tempo in cui a lambire detta casa erano le acque dell'Egeo è rovinosamente tramontato così da consigliare la nuova patria. Di edifici meno ambiziosi, ma sicuramente confortevoli, trasportati pietra su pietra da un posto all'altro si ha esperienza un po' dovunque. Unica, come quella tedesca, è semmai l'esperienza italiana, dove una casa è stata trasportata addirittura dagli angeli. Per quanto la sua Inquilina si trovasse in prossimità dell'essere (nel caso se ne desse un'interpretazione teologica) l'essere tuttavia non era. Prediletta che sia dalla Madonna,
l'Italia se non ha fama di devozione, ce l'ha di paganesimo. Il paese è del
resto quello dei Rinascimento, quando a rinascere, insieme al paese, erano gli
antichi dei. Di fama, a questo proposito, gliene è venuta assai. Ciò non toglie
che se fama ne ha tanta a questo proposito, altrettanta è venuta
all'Italia come paese della Controriforma e dei Barocco. Il paganesimo dunque,
se veramente vi sopravvive, ha qui una natura ambigua e corrotta.
L'interpretavano bene quel turisti d'antan cui l'Italia era cara soprattutto
per i suoi giovinetti. E giusto dal Rinascimento, o giù di lì, che certe
inclinazioni sessuali vengono definite altrove, in Europa, "amore alla
fiorentina". Avendo quindi, per farla breve, sì la casa della Madonna, ma
non quella dell'essere, l'Italia (nonostante Globerti) deve ragionevolmente
pensare di moderare le aspettative e lasciar correre le altrui opinioni. Il
Romanticismo, se ci sarà, sarà minore, come l'ideale modesto. Che tali conclusioni non
incontrino l'unanimità è scontato. Nessun popolo sarebbe felice di venir
considerato unicamente come un popolo di camerieri e di coiffeurs come è
comunemente ricordato l'italiano. Quantunque in verità non sia una gran
sciagura, le ragioni dei dissenso non mancano. Avendo qui da rilevare l'apporto
italiano a un movimento internazionale, Fluxus, si può andare a vedere, per
esempio, un altro movimento che di quelli internazionali è stato il modello,
vale a dire il movimento socialista. Ebbene, in Germania, paese filosofico e
romantico per definizione, il socialismo fu cosa di dottori, pedante e
senz'anima. Furono italiani, viceversa, coloro che per primi (i Labriola e i
Gentile) ne trassero conseguenze speculative. Così di Fluxus, che ha origini
americane (fortunati i popoli che si accontentano di trasportare castelli
scozzesi nel deserto!) sarebbe bello poter dire che pur essendo un movimento (o
gruppo internazionale) caratterizzato soprattutto dall’evento ha riscontrato in
Italia una buona produzione di idee. I fatti sono comunque pochi (meno degli
“eventi”) e le idee, purtroppo, non sono molte di più. Anche in Italia, come altrove,
negli anni sessanta-settanta si registra l'ascesa di correnti artistiche
pretese "concettuali". Come altrove, anche in Italia, mentre i
risultati sono programmaticamente modesti sul piano estetico, ancora più
scialbi lo sembrano su quello "mentale". Gli scampoli di teoria
dell'arte che qui e là compaiono come enunciazioni sono supponenti quanto
insulsi. I primí vagiti italiani di Fluxus si odono comunque quando ancora
simili correnti non si sono svezzate dalla custodia delle forme essenziali e
"pure" di un'arte astratta rimasticata nelle poche maniere possibili.
Fra il 1959, quando a Milano John Cage, Juan Hidalgo e Walter Marchetti tengono
un concerto, e il 1963, quando Giuseppe Chiari partecipa al festival di
Düsseldorf, avvengono le poche cose che vanno ascritte alla preistoria italiana
di Fluxus. E’ però con la rassegna Gesto e Segno, organizzata da Daniela
Palazzoli alla Galleria Blu di Milano nel 1964, che la particolare fragranza di
Fluxus comincia veramente ad espandersi negli effluvi italiani. In una rara, e
probabilmente unica, veste performativa, vi prende parte anche il vecchio (a
sessantacinque anni si era allora già vecchi da un pezzo) Lucio Fontana. Ciò
che qui tuttavia interessa è che vi partecipano Giuseppe Chiari e Gianni Emilio
Simonetti, i due artisti che, a diverso titolo, coaguleranno quel po'
d'attenzione (per la verità non molta) che anche in Italia viene prestata a
Fluxus. La prima vera manifestazione siglata come gruppo (è del resto
caratterizzata dalla proposta degli Events di "padri
fondatori" quali Maciunas, Brecht, La Monte Young, ecc.) si tiene in ogni
caso qualche tempo dopo, nel 1967, in svariate gallerie d'arte di diverse
città. Fra i simboli addottati nel diversi inviti si trovano un dito nel culo
(Milano) e un omino intento a mollare flatulenze (Genova). Casomai qualcuno
avesse interpretato in chiave scatologica gli effluvi menzionati più sopra,
sappia dunque di trovarsi nel giusto, dal momento che la sua è anche una delle
interpretazioni ufficiali dei termine Fluxus. Nonostante la nobiltà delle
intenzioni, saranno tuttavia altri artisti che, a partire da quel 1967,
riempiranno un certo ed influente ambiente artistico italiano dei loro umori .
Nel 1967, infatti, Germano Celant battezza l'Arte Povera. Affini alle correnti
internazionali dette “concettuali” gli artisti dell'Arte Povera (ma non tutti)
si distinguono, nei limiti dettati dalla freddezza emotiva che condividono con
la gran parte di esse, per gusto scenografico e propensione estetica.
Caratteristica precipua è comunque l'aver accettato la delega a banditore del
critico-teorico (sebbene non tutti, francamente, abbisognino di tale
copertura). Si tratta, a ben guardare, di una variante artistica della
strategia messa in atto già da qualche anno dalla neoavanguardía letteraria per
acquisire potere in quella che allora si chiamava industria culturale. Celant
non ci mette molto ad ottenere successo. L'Arte Povera (come più tardi la
Transavanguardia) diventa una sorta di viatico per il prestigio internazionale
dell'arte italiana. Eppure, benché di fronte a un fenomeno ben assestato negli
ambienti collezionistici e museali, un qualche sentore di abusivismo non manca
di far capolino. Della vivacità caratteristica degli anni che hanno visto
nascere l'Arte Povera, questa ne è stata solo un aspetto e non il più
importante. Fenomeno elitario (o più esattamente: snob) ha concertato il suo
sviluppo in poche gallerie selezionate, evitando ogni reale, seppur minimo,
dialogo con quanto avveniva (a meno di non considerare tale la sconclusionata e
velleitaria invocazione "guerrigliera" di Celant). Complessivamente più interessante,
comunque più vitale (tanto da riscuotere ancora consensi giovanili), è
viceversa la grande ondata della cosiddetta Poesia Visiva (o come diavolo la si
voglia chiamare). Divisa in “scuole” (che sono poi frammenti localistici),
spesso ossessionata dalle teorizzazioni (ma in modo più onesto e meno banale di
quello "concettuale" altrettanto spesso presuntuosa (benché
consapevole della tradizione nella quale si inscrive), la Poesia Visiva ha
dalla sua almeno un poco di quella sostanza che in passato, secondo i modi di
assunzione, poteva aver dato vigore all'avanguardia artistica come alla
goliardia o ai burloni da caffè. E quanto basta a conferirle quella porzione di
sentimento del proprio tempo che manca dei tutto all'Arte Povera. Sarà dovuto a
semplici questioni di opportunità - e un'autentica attrazione o una vera conformità
sono probabilmente fuori luogo - ma le sedi collettive nelle quali gli artisti
italiani di Fluxus (oltre alle rassegne musicali e di attività performative)
hanno fatto la loro parte sono state in Italia proprio le mostre di Poesia
Visiva. D'altronde quest'ultima - sebbene taluno dei suoi artefici più pedanti
li vorrebbe netti - ha confini variabili, mentre l'altro non ne dichiara. Una
condizione assai favorevole affinché si possano vicendevolmente scambiare i
risultati (cosa che in verità non ha grande importanza). C'è da dire che gli artisti
italiani di Fluxus non hanno esercitato alcuna pressione affinché venissero
accolti in un sempre onorevole empireo poetico. Simonetti, che del poeta
avrebbe i mezzi, civetta piuttosto con la musica. Chiari è musicista. Come è
noto, la musica ha in Fluxus, partigiano dell'intermedialità, un po' il ruolo
wagneriano che ha nell'opera d'arte totale. Sbizzarrendosi, si potrebbe
azzardare che l'una è misura dell'altra. Dall'aneddotica dell'avanguardia si apprende
viceversa che André Bréton aveva dei motivi (rimasti purtroppo oscuri) per
espellere dal Surrealismo anche chi solo ascoltava musica. Comunque sia, in
Italia c'è stato perfino un Fluxus-Bussotti. Abbiamo invece già menzionato
Walter Marchetti, un musicista che nelle vicende italiane di Fluxus ha una sua
importanza anche sul piano organizzativo. Personaggio schivo (dice di provare
"vergogna" all'esecuzione dei suoi concerti), è vissuto per molti
anni in Spagna dove, con Juan Hidalgo, ha fondato il gruppo Zaj. Congenitamente
portato al rigore, in un ambiente nel quale conclamando l'informalità dei
rapporti si facilita l'ascesa dei furbi, è rimasto prigioniero della sua
timidezza. Ciò non toglie (e magari ne è la ragione) che nel suo lavoro,
eccezionalmente (a parte Satie, of course) rigore ed ironia diventino
un'unica cosa. L'esatto contrario di Giuseppe Chiari. Questo artista fiorentino ha
coltivato l'immagine dei pianista tutto genio e sregolatezza, debitamente
scarmigliato e agghindato à l'artiste. Della sregolatezza sappianno
punto, del genio tutto. La sua estrinsecazione è avvenuta prevalentemente (come
nel francese Ben Vautier, che non a caso proviene dal Lettrismo) in una serie
di scritte (dunque Chiari è anche scrittore) fra le quali la più celebre, e
reiterata, è rimasta quella che dice: l'arte è facile. Perfettamente
intonata allo stile di Fluxus (o alla sua assenza, come viene proclamato) è una
frase tanto profonda, nella sua semplicità, che di sicuro è Zen. Quanto alla
sua forza persuasiva, alle sue conseguenze pratiche, è difficile dare una
valutazione. Ancorché non si possa escludere del tutto una sua funzione esortativa
a produrre autonomamente, in casa, arte contemporanea, il campo nel quale ci
inoltra è decisamente teoretico Questo è il punto! La frase cerca di combinare
due elementi, creatività ed egualitarismo, che nella vita reale collidono. Se
l'arte, quale epifenomeno della creatività, diventa possibile a tutti, che arte
è? Tracce di risposta a una simile
domanda si trovano nella vasta produzione saggistica di Gianni Emilio
Simonetti, senonché una personale inclinazione ad affrontare argomenti più
stringenti, e una certa quale osticità sofistizzante della sua scrittura,
rendono spuria la questione sia per i contenuti sia per come è posta. In tale
percorso testuale irto di difficoltà, impregnato di raffinatezze (ma tutt'altro
che languido e molliccio), è nondimeno plausibile trarre pochi ma decisivi
tratti critico-teorici come spunti caratteriali e autobiografici Per Simonetti
l'arte altro non è che un'attività più o meno remunerativa. C'è, in detta
convinzione, una buona dose di cinismo. Di fatto è come dire che i clienti
dell'arte hanno quello che si meritano. Gli artisti, quando non sono in
malafede, sono per lo più come I loro clienti. Traendovi quale unica virtù Il
sostegno alla sopravvivenza, per Simonetti la sfera artistica è nettamente
separata da quella intellettuale. Non consentendo lo spazio di opinare
adeguatamente una sì evidente schizofrenia, non rimane che accoglierla. Quanto
all'artista Simonetti, a dire il vero, non è che, con queste premesse, la sua
carriera sia stata avara d'i riconoscimenti (fra l'altro su una sua opera
esposta alla Biennale veneziana ha ricamato anche un film comico interpretato da
Alberto Sordi). La sua pseudo-scrittura musicale degli anni sessanta (detta
"mutica" = musica muta) è sufficientemente ricordata nella
storiografia. In essa, come nella produzione successiva, l'abilità compositiva
prevale (Simonetti, nonostante tutto, l'arte "la vuoi far bene" sugli
immancabili esoterismi à l'avantgarde. E un'attitudine, questa, che ha avuto
modo di manifestarsi (direttamente o in collaborazione) in quelle vesti
tipografiche di un trasporto sentimentale, osservabile in Fluxus, nel confronti
delle vecchie avanguardie (e che Simonetti spinge ad investire l'underground) L'impronta tipografica di Fluxus
in Italia viene data innanzitutto dalla casa editrice ED912 di Sassi ed
Albergoni (svariati manifesti di Alison Knowles, Takako Saito, Henry Flynt,
George Brecht, Ben Vautier, Dick Higgins, George Maciunas, Gianni Simonetti - e
una rivista, ''Bit''). Gianni Sassi diventerà poco dopo l'editore discografico
(Cramps records) di Cage, Marchetti, Hidalgo, Castaldi, Cardew, Stratos
(inoltre riproporrà le vecchie incisioni musicali dei Futuristi).
Successivamente, negli anni ottanta, si metterà alla testa di Milano Poesia
dove Fluxus eserciterà un ruolo preponderante. Da Gino Di Maggio e Giancarlo
Politi vengono invece riproposti, in anastatica, i primi introvabili fascicoli
americani di Fluxus ("CCV3") Negli anni settanta Gino Di Maggio
inizia un'ambiziosa attività editoriale ("a-beta", svariati opuscoli
e cataloghi), la quale tuttavia travalicherà Fluxus, e un vasto lavoro
espositivo (galleria Breton e galleria Multhipla) che prosegue oggi nel Mudima
(Museo Di Maggio). E questo è pressoché tutto. Dedurre da codesta sinossi le
prerogative delle quali Fluxus si è ammantato in Italia è veramente difficile.
In Francia Fluxus non può essere che francese come in Germania è
romantico-espressionista, contraddicendo in ambedue i casi i dettami dei
gruppo-movimento americano (che è internazionalista e stoico-zen). Difficile,
benché un certo negativismo induca a credere di saperlo fin troppo bene, è
anche dir bene cosa sia italiano. Un'ipotesi da esplorare è quella
che Fluxus in Italia si manifesti all'americana, in modo omogeneo, dunque,
all'ispirazione originaria, al suo centro di l'irradiazione. Ipotesi ardita,
senz'altro, che presta il fianco all'accusa, tremenda, di una supina
accettazione dell'ingordo colonialismo culturale americano. Per maggior
chiarezza è opportuno ricordare che fino ad oggi non si è parlato ancora in
Italia di quote di ingresso relative a Fluxus come se ne è parlato per il
cinema, la televisione e la musica. Ciò può voler dire che il peggio è già
avvenuto - e allora gli italiani dovranno mettersi il cuore in pace - oppure
che chi si preoccupa di introdurre simili quote reputa in questo caso
ininfluente imporle - e allo ra tanto peggio per Fluxus. C'è peraltro un
aspetto degli italiani che suggerisce come perseguibile la nostra ipotesi nelle
sue conseguenze più estreme e preoccupanti, ed è lo scarso onore, a quanto si
dice, che essi accordano alla bandiera nazionale ed al valori che le sono
collegati. Un fatto dei genere apre evidentemente un varco ad ogni penetrazione
culturale straniera. Il comprensibile moto di orgoglio di chi si metta a
rivendicare il primato dei Futurismo italiano sulle avanguardie non attenua
probabilmente il timore agli occhi di chi responsabilmente ne è preda. Unica
vera consolazione è che si tratti soltanto di un'ipotesi, della quale, fra
l'altro se ne possano dare altri sviluppi. Uno, per esempio, è che essendo
Fluxus in America portato al niente (come, in fin dei conti , viene affermato
dagli stessi artisti americani), esso sia, nel suo autonomo svolgimento (questo
è importante), niente anche in Italia. Certi argomenti rimangono tuttavia
lontani dal sollevare i timorosi. Quello dei niente è troppo intriso di
angosciosa metafisica per essere rassicurante. Andrebbe solamente preso per il
verso giusto. Non avendo, finché si è vivi, un'esperienza diretta del nulla,
niente è una parola che si può usare anche a sproposito. Come quando
incontrando un amico per la strada, dopo i convenevoli, ti senti chiedere:
«Cos'è che hai in borsa?» In borsa ci sono quattro carte insignificanti, le
chiavi di casa e una penna, magari anche un libro che però sul momento non hai
voglia di commentare, e rispondi: "niente". Fluxus potrebbe essere così: quattro carte
insignificanti e magari anche un libro che non hai voglia di commentare.
Perché, viene da chiedere. A volte, per una qualche ragione, non si vogliono
far conoscere le proprie letture, ma non è questo il caso, Altre volte il libro
in borsa lo si giudica inutile cosicché si pensa: “inutile parlarne”. Non
vogliamo aprire qui una dissertazione sulla dialettica fra l'utile e l'inutile
(o il necessario e il superfluo), pedanti lo siamo già stati a sufficienza.
Diciamo allora che qui inutile equivale al níente della nostra risposta. La
natura di una cosa che c'è ma che è niente (e ciò vuol dire che è come se non
ci fosse) si precisa meglio con una terza soluzione. Capita cioè di avere in
borsa un libro dai contenuti troppo complicati per liquidarlo rapidamente e,
alla fatidica domanda, schermandosi, si risponde: "niente"! In altre
parole, Fluxus è niente, ma c'è, dal momento che è servito a chi l'ha
condiviso; ciònondimeno, piuttosto che mettersi a parlare di tutti quelli che
l'hanno condiviso è meglio dire: "niente". Che un niente americano diventi qualcosa in Italia è dubbio. Cosa
sarebbe, un niente retorico, un niente di niente? Gli esiti paradossali della nostra
ipotesi non devono viceversa far dimenticare che Fluxus potrebbe essere
qualcosa. Chi se ne è occupato in sede storiografica si è saldamente tenuto a
criteri di realismo. Onestamente, se la sostanza della storia sono i
"fatti" e quella di Fluxus sono gli "eventi" per uno
specialista, fintanto che le discipline umanistiche avranno cultori adeguati,
saltare dagli uni agli altri rimarrà una bazzecola. Che Fluxus sia qualcosa
prima di tutto per chi vi ha preso parte, l'abbiamo già detto. Il nostro
problema rimane quello di capire se è anche qualcosa di italiano. Le rare
"storie" di Fluxus (che se non sono ufficiali sono semi-ufficiali,
tipo il Flux Codex) appaiono sostanzialmente come imponenti raccolte di curricula
personali degli artisti. In un certo qual modo ricalcano la
"letteratura" stessa di Fluxus, sfacciatamente elementare, che
consiste di preferenza in genealogie. Dick Higgins, ad esempio, ha intitolato “Saggio
su La Monte Young” un albero genealogico alquanto povero di rami. In Italia, uno studioso, Enrico Pedrini
(autore anche di una monumentale monografia su Chiari), si è spinto a trovare
analogie tra Fluxus e la fisica contemporanea (un celebre libro di Fritjof
Capra ha mietuto la sua vittima). Fra gli artisti italiani e americani non c'è
tuttavia lo scarto che sussiste fra una produzione intellettuale di tal fatta e
una semplice cronologia. Si dovrebbe inoltre tener presente che data la
proliferazione, e la varietà, di leghe autonomiste, in Italia si potrebbe fra
non molto non parlare più di un Fluxus italiano, bensì di uno calabrese, un
altro lombardo-veneto, e così via. Nell'epoca della "globalizzazione"
anche il pensare localistico è però costretto ad uscire dalle sue angustie.
Tutto sommato, l'ipotesi di un consistente grado di omogeneità,
indipendentemente dalla frequenza dei contatti fra il gruppo americano e quello
italiano - che sopra ci ha portato fin troppo avanti nella specuazione - non
solo non la scartiamo ma pensiamo che resti l'unica ad avere un minimo di
senso. Riteniamo infine che l'essere riusciti a condurre, per tutte queste
pagine, un discorso su un argomento di cui pure abbiamo ventilato la
possibilità dell’inesistenza sia un nostro successo personale. A frenare il
nostro entusiasmo c'è soltanto la consapevolezza che a scrivere "per tutti
e per nessuno” abbiano già pensato altri. |
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